PROGETTO "OIKEIÔSIS"

SENECA, EPISTOLA A LUCILIO 121 

 

121. 1. Credo proprio che mi farai causa non appena ti avrò esposto la futile questione del giorno, sulla quale ci siamo già soffermati abbastanza a lungo. Di nuovo, infatti, esclamerai : "questo cosa ha a che fare con la morale?". Ma continua pure ad esclamare, mentre io per prima cosa ti metterò faccia a faccia con altri avversari con i quali potrai intentare una lite. Parlo di Posidonio e Archedemo, che accetteranno sicuramente il confronto. Dopo di che io dirò: "non tutto ciò che attiene alla morale rende poi, di fatto, i comportamenti degli uomini migliori". 121. 2. Vi sono alcune cose che riguardano l'alimentazione umana, altre che riguardano il tenersi in esercizio, altre il vestirsi, altre l'insegnamento e altre, infine, il divertimento. Tutte però sono proprie dell'uomo, anche se non tutte lo migliorano. Queste concernono, ognuna in modo diverso, la morale: alcune di esse rendono gli uomini migliori e danno loro una regola, altre ne indagano approfonditamente la natura e l'origine. 121. 3.  Quando indago sul perché la natura abbia messo l'uomo in primo piano elevandolo rispetto agli altri esseri viventi, credi che io abbia completamente tralasciato il problema della morale? Questo non è vero! Infatti, come farai a sapere quali comportamenti dobbiamo adoperare se non capirai ciò che è meglio per l'uomo e se non avrai esaminato a fondo la sua natura? Solo dopo che avrai capito quale sia il nostro debito con la natura saprai quello che devi fare e quello che devi evitare. 121. 4. "Ho intenzione", dici, "di apprendere in che modo io possa diminuire i miei desideri e miei timori. Levami di dosso la superstizione; dimostrami che ciò che chiamano felicità è qualcosa di inconsistente e vuoto cui si può aggiungere senza il minimo sforzo un'unica sillaba". Esaudirò il tuo desiderio: da un lato solleciterò le virtù, dall'altro fustigherò i vizi. Certo, in questo caso mi si potrebbe reputare esagerato ed eccessivamente severo, ma io non smetterò di dare addosso alla malvagità, di frenare le passioni più indomabili, di reprimere i piaceri destinati a trasformarsi in sofferenza e di protestare a viva voce contro le brame degli uomini. Visto che ci siamo scelti i mali peggiori, e visto che proprio dall'accoglierli entusiasticamente è nato il problema che stiamo affrontando per ottenere conforto, perché non farlo? 121. 5. Nel frattempo, concedimi di scrollarci di dosso quegli argomenti  che sembrano un po’ troppo lontani dall'oggetto della nostra discussione.  Ci chiedevamo se la percezione sensoriale della propria costituzione fisica fosse prerogativa di tutti gli esseri muniti di anima. Che sia così, del resto, risulta evidente soprattutto dal fatto che essi muovono le proprie membra con precisione e prontezza, come se fossero stati ammaestrati a farlo, e ogni parte del loro corpo è dotata di una grande agilità. Così come l’artigiano maneggia con disinvoltura i suoi arnesi, il nocchiero dirige il timone con destrezza e il pittore, dopo aver posto davanti a sé svariati colori utili alla creazione di una tela, li individua celermente, e si muove senza esitazione, con occhio e mano, tra cera e opera, allo stesso modo l’essere animato è agile in tutto ciò che concerne l’uso del suo corpo. 121. 6. Siamo soliti ammirare i mimi professionisti perché sono capaci di rappresentare con le mani ogni significato e ogni emozione; la loro gestualità tiene dietro alla rapidità delle parole: ciò che a questi è dato dall'arte, agli esseri animati è dato dalla natura. Nessuno di loro fatica nel muovere gli arti, nessuno di loro esita ad usarli. Fanno ciò sin dalla nascita, vengono al mondo con questa abilità, nascono già istruiti. 121. 7. Qualcuno potrebbe replicare: "perciò gli esseri animati muovono in modo adatto le parti del proprio corpo, perché, se le muovessero in altro modo, proverebbero dolore. E così, come dite voi, sono costretti; ed è il timore che li muove nella giusta maniera, non la volontà". Il che è falso: infatti, sono lenti i movimenti che sono indotti dalla necessità, agili quelli indotti spontaneamente dall'impulso. E dunque non è  la paura di soffrire che li spinge; e la conseguenza è che essi si sforzano di muoversi in modo naturale anche se impediti dal dolore. 121. 8. Così il bimbo che si esercita a stare dritto e si abitua a reggersi in piedi, non appena comincia a mettere alla prova le sue forze, cade e ogni volta si rialza piangendo, fino a quando, attraverso il dolore, ha sviluppato con l'esercizio ciò che la natura gli richiede. Alcuni animali dal dorso rigido, se rovesciati, si contorcono a lungo, tirano fuori le zampe e si piegano su un fianco, finché non si rimettono a posto. La testuggine non sente alcun dolore se supina, tuttavia è inquieta perché desidera ritornare alla posizione naturale e non smette di sforzarsi e di agitarsi se prima non si è rimessa sulle zampe. 121. 9. Di conseguenza, tutti gli animali hanno percezione sensoriale della propria costituzione fisica, e per questo motivo muovono così agilmente le loro membra. La prova più grande che nascono con questa nozione innata sta nel fatto che nessun animale è inesperto riguardo all'uso delle proprie capacità. 121. 10. "La costituzione fisica" qualcuno potrebbe obiettare "è, come dite voi, quella facoltà direttiva dell'anima che ha una certa relazione con il proprio corpo. Ma come può un bambino comprendere ciò che è a tal punto complesso e sottile e che anche per voi è spiegabile a stento? Bisognerebbe che tutti gli esseri viventi nascessero con facoltà dialettiche per comprendere questa definizione che è oscura a gran parte degli uomini istruiti". 121. 11. L'obiezione sarebbe corretta qualora io dicessi che gli animali sono in grado di comprendere il concetto di costituzione fisica, non la costituzione fisica in sé. È più facile cogliere intuitivamente la natura che spiegarla. Pertanto, il neonato non è a conoscenza dell'essenza della sua costituzione, ma la conosce; e non comprende che cosa sia un essere animato, ma avverte con i sensi di appartenere al genere animale. 121. 12. Inoltre,  può comprendere la propria costituzione  solo in parte, grossolanamente e in maniera confusa. Anche noi sappiamo di possedere un'anima, ma non  conosciamo la sua essenza, la sua sede, la sua natura e la sua origine. Come anche noi abbiamo percezione della nostra anima, anche se ignoriamo la sua natura e la sua collocazione, allo stesso modo tutti gli animali hanno l'idea della loro costituzione. Infatti,  devono avere una vaga idea di quell’elemento grazie al quale sono in grado di percepire tutto ciò che li circonda; devono avere cioè la  percezione sensoriale di ciò a cui sono subordinati e che li regge. 121. 13. Ciascuno di noi comprende che esiste un qualcosa che muove i propri impulsi, ma ignora cosa sia. Sa di avere un istinto: non sa quale sia la sua natura o da dove nasca. Così anche i neonati e gli animali non percepiscono in modo sufficientemente chiaro e distinto il proprio egemonico. 121. 14. “Voi sostenete”, si dice, “che ogni animale entra in connessione, per prima cosa, con la propria costituzione fisica; gli uomini, invece, possiedono una costituzione razionale, e perciò si conciliano con se stessi non in quanto animali, ma in quanto esseri dotati di ragione; infatti, l’uomo è caro a se stesso proprio per quell’aspetto che lo rende tale. E dunque, in che modo può il neonato conformarsi alla propria costituzione razionale, se non è ancora dotato di ragione?". 121. 15. Ogni età possiede una costituzione sua propria: una ne ha il  neonato, una il bambino, un'altra il giovane, un'altra l'uomo anziano: ciascuno si conforma alla costituzione in cui si trova. Il neonato è privo di denti: si adatta a questa sua costituzione. Gli spuntano i denti: si adatta a questa costituzione. Del resto, anche quel filo d'erba che è destinato a trasformarsi in messe e frumento ha una costituzione quando è tenero ed è appena germogliato dal solco, ne ha un'altra quando si è irrobustito e si regge sullo stelo ancora debole ma già capace di sostenere il suo peso, e un'altra ancora ne ha quando si è ingiallito e la sua spiga, induritasi, aspetta di essere portata all'aia: in qualunque costituzione si trovi, la mantiene e vi si adatta. 121. 16. Una cosa è l'età del neonato, un'altra quella del bambino, un'altra ancora quella del giovane e dell'anziano; purtuttavia, io sono la stessa persona che sono stato sia da neonato, che da bambino, che da giovane. Così, sebbene ogni età abbia una costituzione sempre diversa, il modo di conciliarsi con essa rimane lo stesso. Infatti, la natura non mi affida il neonato o il giovane o l'anziano, ma me stesso. Quindi, il neonato si adatta alla sua attuale costituzione di neonato, non a quella futura di giovane; e infatti, anche se lo attende il passaggio a uno stadio più avanzato, non significa che lo stadio in cui è nato non sia secondo natura. 121. 17. L'essere animato per prima cosa si adatta a se stesso, poiché ci deve essere un punto di riferimento per tutto il resto. Aspiro al piacere. Per chi? Per me; quindi mi curo di me stesso. Rifuggo dal dolore; a vantaggio di chi? A vantaggio mio; quindi mi curo di me stesso. Se faccio tutto per prendermi cura di me stesso, antepongo a ogni altra cosa la mia cura. In tutti gli animali è insito questo istinto, che non viene impiantato, ma è innato. 121. 18. La natura mette al mondo i suoi figli, non li abbandona; e poiché la difesa più efficace è garantita da ciò che è più vicino, ciascuno è stato affidato a se stesso. Perciò, come ho detto nelle lettere precedenti, anche gli animali più indifesi, appena usciti dall'utero materno o dall'uovo, sanno già cosa li potrebbe minacciare ed evitano i rischi mortali; gli esseri che sono abitualmente preda degli uccelli rapaci ne temono anche l'ombra quando questi passano in volo. Nessun animale nasce senza la paura della morte. 121. 19. "Come è possibile", ci si domanda, "che un animale appena nato abbia la facoltà di comprendere se una cosa è benefica o mortale?" Innanzi tutto bisogna chiedersi se sappia comprendere, non come egli lo faccia. Ebbene, che gli esseri animati comprendano è evidente dal fatto che, anche quando avranno compreso qualcosa, non faranno niente di più rispetto ad essa. Per quale motivo la gallina non scappa dall'oca o dal pavone, ma evita lo sparviero, che nemmeno conosce e che è tanto più piccolo di lei? Perché mai i pulcini hanno paura dei gatti ma non dei cani? Evidentemente, è insita in loro una conoscenza innata – ovvero non acquisita per mezzo dell'esperienza – di ciò che è pericoloso. Infatti, si mettono in guardia nei confronti del pericolo prima ancora di affrontarlo. 121. 20. E poi, affinché tu non creda che ciò avvenga per caso, nota che gli esseri animati non temono altro se non ciò che sono destinati a temere per legge di natura, e non dimenticano mai questa forma diligente di autotutela: è uniforme in loro la tendenza a fuggire da ciò che è pericoloso. Inoltre non diventano più timorosi nel corso della loro vita, e questo emerge con chiarezza dal fatto che assumono questo comportamento non perché condizionati dall'esperienza, ma per un naturale istinto di conservazione. Ciò che l'esperienza insegna è lento e vario, qualunque cosa la natura trasmette è immediata e uguale per tutti. 121. 21. Se però lo chiedi con insistenza, ti dirò in che modo ogni animale sia spinto a comprendere ciò che risulta essere dannoso. Sente di essere fatto di carne; di conseguenza percepisce ciò che può tagliarla, bruciarla e logorarla e quali siano quegli animali dotati di armi che possano nuocere: di essi ricava una rappresentazione mentale avversa e ostile. Queste capacità sono collegate tra loro; infatti, allo stesso tempo l’animale si concilia con la propria conservazione, ricerca ciò che può giovargli e teme ciò che può ferirlo. Gli impulsi volti all’utile sono naturali, così come è naturale l'avversione verso il contrario; tutte le cose che la natura ha prescritto accadono senza alcuna deliberazione razionale che le detti. 121. 22. Non vedi quanto siano precise le api nel creare il proprio alveare, e con quanta concordia si dividano il lavoro da svolgere in ogni settore? Non vedi come nessun uomo possa imitare la tessitura della ragnatela, quanto sia impegnativo disporre i fili, alcuni disposti dritti per creare un sostegno, altri disposti circolarmente nel passare da zone più fitte a zone più rade, così che gli animali più piccoli, per la rovina dei quali quei fili sono tesi, rimangono impigliati come in una rete? 121. 23. Quest'arte non è appresa, ma innata. Ed è per questo che non esiste animale che sia più esperto di un altro: noterai che tutte le ragnatele sono pressocché uguali, così come sono uguali le celle esagonali negli alveari. Tutto ciò che ci viene trasmesso dall'arte è caotico e difforme; è invece uniforme ciò che la natura trasmette. Di fatto la natura non dona nient'altro che l'autodifesa e l'esperienza immediata della stessa; perciò gli esseri viventi incominciano contemporaneamente a imparare ed a vivere. 121. 24. E non c'è da meravigliarsi se nascono con quelle capacità senza le quali nascerebbero invano. Per farli sopravvivere la natura fornisce loro, come primi strumenti, l'appropriazione e l'amore di sé. Tuttavia, se non lo avessero voluto, non avrebbero potuto rimanere in vita: questa loro volontà, da sola, sarebbe stata inutile, ma senza di essa non avrebbe garantito alcun giovamento. Di fatto la noncuranza e il disprezzo verso se stessi non sono propri di alcun essere vivente. Infatti anche gli animali muti e privi di intelletto, indolenti nella maggior parte delle situazioni, una volta che è in gioco la loro vita si dimostrano abili a tutelarla. Vedrai così creature che, pur non giovando alle altre, non trascurano comunque se stesse. Stammi bene.