PROGETTO "OIKEIÔSIS"

121. 4. 'Ego' inquis 'volo discere quomodo minus cupiam, minus timeam. Superstitionem mihi excute; doce leve esse vanumque hoc quod felicitas dicitur, unam illi syllabam facillime accedere.' Desiderio tuo satis faciam: et virtutes exhortabor et vitia converberabo. Licet aliquis nimium inmoderatumque in hac parte me iudicet, non desistam persequi nequitiam et adfectus efferatissimos inhibere et voluptates ituras in dolorem conpescere et votis obstrepere. Quidni? cum maxima malorum optaverimus, et ex gratulatione natum sit quidquid adloquimur.

121. 4. "Ho intenzione", dici, "di apprendere in che modo io possa diminuire i miei desideri e miei timori. Levami di dosso la superstizione; dimostrami che ciò che chiamano felicità è qualcosa di inconsistente e vuoto cui si può aggiungere senza il minimo sforzo un'unica sillaba". Esaudirò il tuo desiderio: da un lato solleciterò le virtù, dall'altro fustigherò i vizi. Certo, in questo caso mi si potrebbe reputare esagerato ed eccessivamente severo, ma io non smetterò di dare addosso alla malvagità, di frenare le passioni più indomabili, di reprimere i piaceri destinati a trasformarsi in sofferenza e di protestare a viva voce contro le brame degli uomini. Visto che ci siamo scelti i mali peggiori, e visto che proprio dall'accoglierli entusiasticamente è nato il problema che stiamo affrontando per ottenere conforto, perché non farlo?